DI FABIO POLESE https://www.ilgiornale.it/

Lo sporco affare della giada e gli ex militari della giunta


Lo scorso due luglio, uno smottamento avvenuto nei pressi di una miniera di giada nel distretto di Hpakan, nel nord-est del Myanmar, ha causato la morte di oltre 170 persone. La tragedia è avvenuta dopo giorni di intense piogge che hanno colpito il Paese.

La frana ha terminato la sua corsa in un bacino di raccoglimento delle acque reflue della cava, che sono poi fuoriuscite con violenza, provocando un’ondata che ha travolto i minatori.

Non è la prima volta che accade. Questa tragedia è solo l’ultima di una serie di gravi incidenti avvenuti negli anni. Frane, alluvioni e smottamenti, infatti, sono frequenti in Myanmar, in particolar modo durante la stagione dei monsoni. La miniera di Hwekha è una tomba a cielo aperto per il numero enorme di persone, per lo più giovani provenienti dai diversi stati etnici alla ricerca di fortuna, le cui famiglie, molto probabilmente, non avranno mai notizie del triste destino dei loro cari. Molti dei lavoratori, anche dopo l’ultima tragedia, sono stati sepolti in anonime fosse comuni scavate nella terra rossa, tipica di queste zone. Secondo le autorità, le vittime avrebbero sfidato un’allerta lanciata dai vertici della sicurezza, che avevano sconsigliato di recarsi nella zona a causa delle abbondanti precipitazioni stagionali.

La proprietà e le operazioni che gestiscono lo sfruttamento delle miniere sono avvolte nel segreto. Ma, secondo numerose organizzazioni ambientaliste, dietro l’enorme business della giada ci sarebbero i militari, collusi con gli affaristi cinesi, che sono i principali compratori della pietra preziosa. Secondo un rapporto del 2015 realizzato da Global Witness, il valore proveniente dal mercato della giada, solo nel 2014, sarebbe stato pari a 31 miliardi di dollari, circa il 50% del Pil del Myanmar. E di quasi 123 miliardi nel decennio 2004/2014.

Ad arricchirsi maggiormente, si legge sempre nel documento dell’organizzazione, sarebbero gli ex generali della giunta che hanno controllato e insanguinato il Paese per decenni. Primo fra tutti, ci sarebbe il generalissimo Than Shwe, padre-padrone della Birmania dal 1992 al 2011, e la sua famiglia che, nel biennio 2013-2014, avrebbe guadagnato più di 220 milioni di dollari. Nello sporco affare della giada ci sarebbero anche le famiglie di Maung Maung Thein e Ohn Myint, anche loro ex generali ed ex ministri. «Se una famiglia dell’alta cerchia dell’esercito non possiede una compagnia mineraria del settore della giada si tratta di una mosca bianca, più unica che rara», ha spiegato Michael Davids, direttore per l’Asia di Global Witness.

Il rapporto accusa anche i militari che sono attualmente in carica. «Il Tatmadaw – l’esercito birmano – è proprietario di imprese che lavorano nel settore dell’estrazione». In particolare, le principali società sarebbero la Myanmar Economic Holdings Limited e la Myanmar Economic Corporation, che avrebbero «venduto giada di alta qualità per un valore di 100 milioni di dollari nel 2013 e 180 milioni nel 2014». Da allora la situazione non sembra essere cambiata. Secondo Afp, i giacimenti di giada ancora oggi sono sfruttati da importanti compagnie private, alcune delle quali gestite anche dai militari, in joint venture con la Myanmar Gems Enterprise, società pubblica che gestisce le licenze di sfruttamento.

Eppure, mentre i generali che hanno governato il Paese negli ultimi decenni continuano ad arricchirsi, gran parte della popolazione vive in miseria. Quasi un terzo dei birmani vive al di sotto della soglia di povertà. Soprattutto nelle zone rurali, dove risiede più del 70% della popolazione. E le cose, per ora, sembrano impossibili da cambiare.

Approfittando della situazione di emergenza per il Coronavirus, infatti, il Tatmadaw ha praticamente ripreso il controllo della Nazione. A fine marzo il governo guidato da Aung San Suu Kyi ha formato un comitato con l’obiettivo di gestire la pandemia. Ma dopo pochi giorni le truppe armate hanno fatto la loro mossa e hanno istituito una nuova e più potente task force, che non include neanche la rappresentanza del ministero della Salute e dello Sport, così come nessuno degli uomini della Signora. E, di fatto, si sono ripresi il completo potere nel Paese. Questa task force, infatti, è guidata dal vicepresidente Myint Swe, un ex generale conosciuto per i suoi precedenti record di arresti e repressione durante la protesta antigovernativa condotta dai monaci buddisti nel 2007. Gli altri membri del team sono sempre militari, compreso il ministro della Difesa, degli affari Interni e degli affari di Frontiera. Tutti ministeri che, secondo la carta costituzionale del Myanmar, sono riservati all’esercito, insieme al 25% dei seggi parlamentari, indipendentemente dall’esito delle elezioni.

Bertil Lintner, giornalista ed esperto del sud-est asiatico, scrive su Asia Times che la mossa dei militari «significa che il Tatmadaw è effettivamente tornato al posto di guida», non limitandosi più a «esercitare un potere da dietro le quinte del governo della San Suu Kyi». E con la ripresa del comando, l’esercito birmano non ha perso tempo. Potenti offensive, anche con l’uso dell’aviazione, sono in atto contro le etnie in diverse zone del Paese. Soprattutto nello Stato Karen, Chin, Kachin, Shan e Rakhine. Non a caso, tutte regioni con grandi risorse minerarie.