Quando aveva 7 anni, d’estate passava due mesi in vacanza a San Zeno di Montagna e lì partecipava al rito dei ciclamini, con la mamma e il fratello maggiore. «Stivali di gomma, calzoni di velluto alla zuava e borraccia tricolore, mi addentravo nei boschi alle 6 del mattino per andare a raccogliere i tuberi di questi fiori. Mi sentivo un soldato in partenza per il fronte». Non saprei dire se la sua vita sia dipesa da questa esperienza infantile. In fin dei conti, anch’io alla sua età facevo lo stesso con mio nonno a Roverè Veronese, eppure dopo 57 anni mi ritrovo ancora qua seduto sulla poltrona a fare il dattilografo. Franco Nerozzi no. A metà degli anni Novanta depose per sempre la telecamera Panasonic Super Vhs e imbracciò l’Ak-47. Ai più la sigla non dice nulla. Ma quelle due lettere stanno per Avtomat Kalanikov, il fucile mitragliatore di fabbricazione sovietica, dal nome del suo progettista, Michail Kalanikov.

La conversione dai 24 fotogrammi al secondo ai 600 colpi al minuto – è questa la cadenza di tiro del kalashnikov – e, più in generale, la metamorfosi da cineoperatore e giornalista a soldato di ventura, si può spiegare soltanto con un’innata tendenza di Nerozzi nel combattere le guerre perdute in partenza e soprattutto con l’assidua frequentazione delle zone calde del pianeta. Quando era reporter di Tg1 Sette, erede di Tv7, il rotocalco della Rai condotto da Sergio Zavoli a partire dal 1963, il cronista, nato a Verona l’anno prima, ha battuto in lungo e in largo teatri di guerra e nazioni in rivolta: Afghanistan, Pakistan, ex Jugoslavia, Irlanda del Nord, Somalia, Zaire, Sudafrica, Mozambico. Alla fine, pur dichiarandosi innocente, ha patteggiato 22 mesi di condanna in un processo scaturito dall’inchiesta dell’allora procuratore capo Guido Papalia su un presunto tentativo di colpo di Stato alle Comore, isole dell’Oceano Indiano che dispongono di un’unica risorsa: la vaniglia.

 

Si definisce «un veronese che ha voluto vedere la storia» e basta scorrere le 352 pagine di Nascosti tra le foglie, la sua autobiografia, per capire che, in realtà, nella storia ci è entrato. Lo ha fatto seguendo lo spirito dell’Hagakure, il breviario che nel Settecento dettò le regole etiche dei samurai, per i quali «la via è la morte». La traduzione del giapponese Hagakure è proprio «nascosto tra le foglie». Come il popolo Karen, che in Myanmar si oppone con le armi al governo centrale. Per aiutare i ribelli, nel 2001 ha fondato Popoli, una onlus che raduna medici e infermieri, disposti ad assistere nell’ex Birmania, ai confini con la Thailandia, questa etnia che non si rassegna a scomparire dalla carta geografica.

Figlio di Franca Fiorio e dell’architetto Sergio Nerozzi, che nel 1980 lasciò Verona e si ritirò sulle colline fra Sommacampagna e Custoza per dedicarsi alle Vigne di San Pietro, una delle più rinomate cantine italiane, il giovanotto non manifestò fin da subito propositi bellicosi, anzi. «Siccome non sono mai stato comunista, finito il liceo Messedaglia evitai d’iscrivermi all’Università di Padova, dove comandavano ancora i nipotini di Toni Negri, di Potere operaio e di Autonomia operaia, e scelsi il capoluogo toscano, molto più tranquillo. Non avevo certo la vocazione a farmi rompere la testa con le chiavi inglesi».

 

Quella magari no. Ma una qualche predisposizione a trovarsi nei posti sbagliati nel momento sbagliato, quella l’ha sempre coltivata, sin da quando militava nelle Brigate gialloblù. Il 30 gennaio 1983, in occasione della partita Juventus-Verona, a Torino si ritrovò circondato da una decina di ultrà bianconeri e finì all’ospedale con sette coltellate, al viso, alle braccia, al cranio, al collo. Se la cavò con 40 punti di sutura, di cui porta le cicatrici.

 

Perché andò proprio a Firenze?

 

Là c’è una scuola che prepara alla carriera diplomatica. Dai 5 anni sognavo di viaggiare. Ricordo le vacanze con i miei in Corsica, dove vidi per la prima volta i giovani parà della Legione straniera di stanza a Calvi, con le tute mimetiche e le facce nascoste dal camouflage.

 

Fu un imprinting.

 

Come quello che ricevetti in Marocco e Tunisia. Se hai una certa sensibilità, gli esotismi qualcosa ti provocano dentro.

 

E lei ce l’aveva.

 

In particolare per il deserto e per i «pegiottari», quelli che lo attraversavano in Peugeot. Infatti a 18 anni avevo già una 404 con le fins, le pinne sopra le ruote posteriori.

 

Argomento della tesi di laurea?

 

L’Unione Sovietica e la decolonizzazione, con l’infiltrazione del comunismo nel Terzo mondo. Relatore il professor Ennio Di Nolfo, storico e politologo.

 

È coniugato?

 

Separato, dopo 18 anni, da una compagna che mi ha dato Fabiola Franca. Appena quindicenne, venne con me fra i Karen. Oggi frequenta la facoltà di Scienze infermieristiche.

 

Sulla carta d’identità, alla voce «professione», che c’è scritto?

 

Temo giornalista. (La estrae per controllare). Ah, no, non ho dichiarato niente. Infatti non mi sono mai sentito di far parte della categoria, anche se diventai professionista nel 1994. Due anni fa ho restituito la tessera all’Ordine. Per me il giornalismo è stato solo un pretesto per vedere la guerra.

 

Che ci trova di attraente?

 

Il coraggio delle persone nobili che rischiano le loro vite per difendere quelle altrui. È stata un’ossessione fin da bambino. I miei sapevano che da grande avrei voluto fare il soldato. Così nel 1984 mi comprai una Canon e dissi in casa che andavo in Pakistan a fotografare i campi profughi.

 

Invece?

 

Da Islamabad proseguii per Peshawar, dove attesi 15 giorni i mujaheddin che mi avrebbero portato nell’Afghanistan invaso dai sovietici. Mi ero fatto scrivere da Ugo Tramballi del Giornale, oggi al Sole 24 Ore, una lettera per i guerriglieri. Li conosceva perché era appena stato lì. Mi vestirono da afghano e, dopo un lungo viaggio in furgone, mi portarono da Ahmad Massoud, il Leone del Panshir, che nel 2001 verrà ucciso da due terroristi arabi spacciatisi per giornalisti marocchini. Tornai in Afghanistan cinque volte e intervistai Massoud per Tg1 Sette.

 

Come arrivò al telegiornale?

 

Alfredo Meocci mi disse che Bruno Vespa voleva mandare in edicola un libro di Ettore Mo sulla resistenza afghana, con allegata una videocassetta. Cercava immagini inedite e io gliele fornii. Gli piacquero. «Se fossi direttore del Tg1, questo ragazzo lo assumerei», commentò Vespa. E così cominciarono a farmi contratti per Tg1 Sette. Solo che nel 1992 il programma fu chiuso.

 

E a quel punto?

 

La Rai mi offrì di girare la provincia di Brescia al seguito di Idris, il personaggio tv di origine senegalese. Ovviamente rifiutai. Nel frattempo in Afghanistan avevo conosciuto Gino Strada, che allora non era nessuno. Lo filmai nell’ospedale della Croce rossa a Kabul, dove lavorava. Divenne ospite fisso del Maurizio Costanzo show. Fondò Emergency. Lui sapeva come la pensavo e io sapevo che nel 1968 era stato il luogotenente di Luca Cafiero, capo del servizio d’ordine del Movimento studentesco, il famigerato Katanga. Mi disse: «Vado ad aprire un ospedale in Kurdistan. Vieni?». Aveva bisogno di qualcuno che conoscesse i fronti e guidasse l’ambulanza. Andai. La sera c’insultavamo. «Voi fasci v’impicchiamo tutti», minacciava. La mattina mi svegliava: «Ehi, bombarolo, andiamo!».

 

E dopo la parentesi con Strada?

 

Fra i Karen nell’ex Birmania, che si opponevano con le armi al regime militare di Rangoon. Ci arrivai al seguito dei ragazzi di Bob Denard, capo dei mercenari che nel 1961 parteciparono alla guerra d’indipendenza in Congo. Commemoravano un compagno caduto. Alla fine, loro ripartirono e io imbracciai il kalashnikov.

 

Chi la addestrò?

 

Non è difficile. Basta cambiare in fretta i caricatori da 30 colpi e premere il grilletto.

 

Ha ucciso qualcuno?

 

(Alza gli occhi verso il soffitto). Erano scontri armati.

 

Poteva lasciarci la pelle?

 

Rischiai di più come giornalista. In guerra almeno sai da che parte sta il nemico. Alla fine mi trasferii a Johannesburg, con la mia compagna, che aveva una figlia di 10 anni.

 

Perché proprio in Sudafrica?

 

È il Paese più bello del mondo. Dovevo restarci tutta la vita. Era già finito l’apartheid, che a me non è mai piaciuto. Avevo rilevato le quote di un ristorante italiano e con Giancarlo Coccia, corrispondente del Giornale da Pretoria, progettavamo di aprire un campo per safari in Mozambico. Ma nel Sudafrica di Nelson Mandela il tasso di criminalità era talmente elevato che, trascorso un anno, decisi di rientrare a Verona.

 

Per restarci?

 

Macché. Dopo qualche mese ero già partito per lo Zaire, ex Congo belga, oggi Repubblica democratica del Congo. La Francia e Denard sostenevano quel gran ladrone di Mobutu Sese Seko contro il rivoluzionario appoggiato da Stati Uniti e Israele, Laurent-Désiré Kabila. Il quale alla fine riuscì a deporre il presidente.

 

Il suo ruolo qual era?

 

Adjudant. Corrisponde al grado di maresciallo. Avevo in dotazione l’Ak-47 e un fucile di precisione. Come tiratore scelto, addestravo gli africani. È stata l’ultima grande avventura dei mercenari prima dell’avvento dei contractor alle dipendenze delle multinazionali.

 

Quindi è stato un mercenario.

 

Non mi sono mai fatto pagare. Ero un soldato libero. Ho sempre scelto io le guerre cui partecipare. Denard è stato per me un secondo padre. Eravamo in 29 europei alla testa di un migliaio di locali contro 15.000 ribelli guidati dagli Usa con i satelliti. Impossibile vincere.

 

Quando lasciò lo Zaire?

 

Nel 1997. L’anno dopo tornai in Afghanistan da Massoud. Gli proposi, per conto di Denard, di addestrare i suoi contro i talebani. Anche qui gratis, per ammirazione verso il Leone del Panshir, un uomo dai connotati trascendentali. Accettò con entusiasmo.

 

Papalia la accusò di aver tentato un golpe alle Comore al fianco del suo secondo padre Denard.

 

Mai stato in quelle isole. Anche se talune intercettazioni telefoniche potevano apparire equivoche, non fu tentato alcunché, questa è la verità. Denard aveva una fissa per i colpi di Stato alle Comore. Ne guidò tre o quattro, la prima volta su mandato della Francia per destituire un dittatore marxista. Bob si definiva «un corsaire de la République». Le Comore erano la sua Tortuga. Di fatto ha governato quello Stato dell’Africa sudorientale per 12 anni. Ora è in mano ai militari.

 

L’ultimo incontro con Denard?

 

Nel 2007, poco prima che morisse, all’età di 79 anni. Andai a trovarlo nella banlieue di Parigi. Mi portò a cena in una trattoria nei paraggi del suo modestissimo alloggio. Trascinava una gamba ferita. Mi congedò con una stretta di mano: «Non rimpiangere mai nulla. Non guardarti indietro con tristezza. Le nostre scelte e il nostro destino hanno avuto un senso, per quanto imperscrutabile ci possa sembrare. Lo capiremo soltanto una volta arrivati nel paradiso dei guerrieri».

 

Non dei cristiani, suppongo.

 

Infatti è quello di una leggenda araba. Mi considero un pagano, vicino a una visione del mondo che vede il divino e il sacro in ogni cosa. Non mi riconosco in alcun monoteismo. Per questo amo i Karen e il loro retaggio animista. Sono devoti alle forze della natura. Ascoltano il fruscio del vento che soffia fra le canne di bambù e pensano che sia la voce dei loro antenati.

 

Nascosti tra le foglie è edito da Altaforte. Estrema destra.

 

Non sono di destra. Penso di essere fascista, cioè seguace di una rivoluzione sociale interclassista. Fascisti si nasce. Non ho nulla a che vedere con i vari Meloni, Salvini, La Russa.

 

Non militava nel Fronte della gioventù missino?

 

Mai iscritto ad alcun partito.

 

Nella bandella del suo libro leggo che ha voluto «sperimentare sulla propria pelle una delle più antiche “arti” umane». Pensavo che la guerra fosse una tragedia.Non la auguro certo a mia figlia. Ma a chi la combatte può regalare momenti di elevazione spirituale. Il soldato di ventura si fa ammazzare al posto del civile che non vuol morire.Ricorda che cosa disse Pio XII, non proprio un comunista, nel radiomessaggio del 1939? «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra».

 

Gli avrei risposto: godetevi la guerra, perché la pace che verrà sarà terribile. Le peggiori ingiustizie si consumano nei momenti di tregua. Guardi che cosa combinano le Ong inquinate dal denaro e dalla folle ideologia che sradica i popoli, anziché aiutarli nelle loro terre. Ma gli immigrati non faranno gli schiavi in eterno. Ci mangeranno vivi. E le prime prede saranno i nostri figli, intossicati da droga, cazzate tecnologiche e programmi tv incapacitanti.

 

Leggo che Popoli onlus è «molto ben vista dal Partito radicale».

 

(Ride). Lo apprendo da lei. Penso sia una delle tante panzane spacciate da una sedicente storica triestina, che nega le foibe e va anche dicendo che io mi sarei definito «un bieco e delirante anticomunista».

 

E come mai costei la odierebbe?

 

Tiro a indovinare. Con un servizio di Tg1 Sette, dopo mezzo secolo scoperchiai la verità sulla tragica fine del padre di Nidia Cernecca, un’esule istriana che viveva ad Avesa. Quando lei aveva 6 anni, i partigiani titini catturarono il padre Giuseppe, lo lapidarono, lo decapitarono, gli strapparono dalla bocca i denti ricoperti d’oro e poi giocarono a calcio con la sua testa. A Rovigno scovai l’assassino, Martin Tomissich, novantenne ormai cieco, e soprattutto l’ex giudice Ivan Motika, che era protetto dal governo croato, filmandoli di nascosto in presenza della signora Cernecca. Il secondo si difese così: «Tutte dicerie degli istriani, carne venduta». Grazie al mio reportage, la Procura di Roma lo incriminò per genocidio.

 

Ma un domani come vorrebbe essere ricordato?

 

(Ci pensa). Come la vittima di un desiderio incontenibile di avventure non del tutto eticamente condivisibili secondo il pensiero comune. Sono però certo di aver sempre e solo combattuto dalla parte degli aggrediti. Non che faccia una gran differenza, quando ammazzi qualcuno.

 

L’Arena

Franco Nerozzi, ex giornalista, una vita vissuta pericolosamente «ma in difesa degli oppressi»

DA https://www.italiaoggi.it/news/il-mercenario-dal-tg1-al-kalashnikov-2488392

NON L'IMPEGNO DI UN GIORNO O DI UN ANNO MA LA DETERMINAZIONE DI TUTTA UNA VITA