Nonostante i progressi conseguiti in Afghanistan negli ultimi anni, le condizioni di vita di donne e bambini restano ad alto rischio,soprattutto a causa per «una insicurezza diffusa e della grave siccità che colpisce 17 delle 32 province del Paese».
È il quadro che emerge da un’ indagine multicampione sostenuta a livello nazionale dall’ Unicef e che è la prima nel paese da 8 anni a questa parte.
«Malgrado una sensibile riduzione della mortalità infantile - il tasso di mortalità sotto il 1ø anno di vita è sceso da165 a 115 bambini morti ogni 1.000 nati vivi, quello sotto i 5 anni da 257 a 172 decessi - ancora oggi, in Afghanistan - si legge in una nota di Unicef - un bambino su 9 rischia di morire entro il primo anno di vita, uno su 6 di non raggiungere il quinto anno d’età. Le cause di fondo risiedono nelle precarie condizioni di sicurezza che ostacolano gli interventi umanitari e nello stato in cui si trovano i servizi pubblici dopo decenni di guerre e devastazioni, mentre il sesto anno consecutivo di scarse precipitazioni ha aggravato la cronica penuria di risorse idriche del paese, determinando la migrazione forzata di oltre 4.000 persone, ridotte alla condizione di sfollati».
Questa situazione si ripercuote pesantemente sulla condizione di donne e bambini. L’Afghanistan, ricorda l’agenzia dell’ Onu per l’ Infanzia, «rimane il primo Paese al mondo per mortalità materna, con 1.900 donne morte ogni 100.000 parti, il 90% dei quali avviene tra le mura domestiche, non assistito da personale medico preparato; il 30% dei bambini sotto i 5 anni è affetto da diarrea acuta ed 1 bambino su 5 da infezioni delle vie respiratorie; il 60% delle famiglie afghane non dispone di fonti d’acqua sicura, mentre un terzo non ha accesso a servizi igienico-sanitari».
Nel campo dell’istruzione, nonostante il forte aumento delle iscrizioni scolastiche (dal 2002 il numero degli
scolari si è quadruplicato, con oltre 4 milioni di bambini che frequentano la scuola, un terzo dei quali femmine) il 45% dei bambini non è iscritto alla scuola primaria; il 7% è costretto a lavorare, il 60% delle bambine non ha accesso a scuola.
«I dati a disposizione indicano che, mentre si sono ottenuti importanti progressi per l’infanzia (in particolare la riduzione della mortalità neo natale e sotto i 5 anni, o il massiccio aumento delle iscrizioni scolastiche) molta strada resta ancora da fare», ha dichiarato il rappresentante dell’ Unicef in Afghanistan, Waheed Hassan. «In particolare - ha aggiunto - è necessario estendere i servizi di salute materna, per evitare che vi siano donne ancora costrette a partorire in casa senza assistenza medica, ed assicurare l’accesso di tutte le famiglie ai servizi di vaccinazione, per sviluppare quei sistemi e quelle risorse in grado di garantire la protezione dei diritti dei settori più deboli in tutte le province dell’Afghanistan».
LA CLINICA DI CHANGARAM
Il nostro nuovo progetto si sta sviluppando nel villaggio di Changaram. Abbiamo individuato nella Valle del Panjshir, roccaforte per molti anni del leggendario Massoud, il comandante dei mujaheddin che combattè prima l’Armata Rossa e poi i Talebani, un vecchio ospedale che necessita di un energico intervento di ristrutturazione.
L’ospedale, più volte bruciato dai sovietici e poi bombardato dai Talebani, funziona al minimo delle potenzialità, in una zona in cui 30.000 persone hanno bisogno di una efficiente struttura sanitaria.
Cercheremo quindi di raccogliere i fondi sufficienti al completamento dei lavori (circa 76.000 euro) per poter in un secondo tempo inviare nel Panjshir i nostri medici in aiuto al personale locale.
Dedicheremo l’opera alla memoria di Massoud, che abbiamo avuto l’onore di conoscere personalmente, un uomo straordinario, morto per la libertà del suo popolo, che descriveremo con le parole di uno scrittore che recentemente gli ha dedicato una biografia: “Credo che Massoud appartenesse a quella specie politica molto rara che viene definita, con termine platonico, dei re filosofi, cioè di quei condottieri capaci di assumersi le responsabilità del comando e al tempo stesso di meditarne le finalità, non guidati da ambizione o vanità personale, ma da spirito di sacrificio e compassione. In breve ciò che i nostri gesuiti anticamente amavano definire, con un paradosso filosofico, la contemplazione attraverso l’azione.”