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NERDAH MYA: “FINO ALLA VITTORIA"

Non preoccuparti, noi non molleremo. Chi ha firmato il cessate il fuoco sta vendendo la nostra Patria. Ma finchè noi lotteremo ci sarà un territorio libero da chiamare Kawthoolei”.
Nerdah Mya sa che non mi deve spiegazioni. Ma ieri il presidente della Karen National Union, il vecchio Mutu, ha firmnerdah-mya_-karen_armyato un accordo con i Birmani che condanna i Karen ad un futuro senza dignità. Un cessate il fuoco che non rispetta le condizioni fondamentali per la sicurezza di questo popolo. E lui sente un velo di vergogna guardandomi in faccia. Nerdah Mya è a capo della KNDO, l’organizzazione armata Karen che due giorni fa ha emesso una dichiarazione di totale condanna nei confronti della firma dell’accordo. Ma è anche l’amico di “Popoli”, il compagno di molti viaggi compiuti all’interno della Birmania in guerra, il camerata di tanti momenti passati a ridosso delle linee nemiche, l’ospite premuroso che fa trovare ai medici e ai volontari della nostra comunità le zanzariere e i materassini nelle baracche di legno che ci riparano dalla pioggia nella stagione dei monsoni e dal sole cocente nei mesi secchi. E’ il guerriero che canta i brani country intrattenendo i ragazzi arrivati fino a Oo Kray Khee per vedere la vita di un popolo in lotta. E’ il divertito organizzatore di un surreale concerto nel pieno della jungla, quello del sosia norvegese di Elvis Presley che sbuca tra i banani di Little Verona per intonare “Love me tender” con la tutina impestata di diamanti.

Siamo fermi all’imbrunire ad un check point thailandese, lungo la strada che costeggia il confine con la Birmania. I soldati lo hanno riconosciuto e con un misto di imbarazzo e di esagerata marzialità lo hanno invitato a spegnere il motore della vecchia Toyota. “Generale, dobbiamo comunicare al Comando che lei è qui. Se ci daranno l’autorizzazione potrà ripartire senza problemi”. La dichiarazione intransigente dell’altro ieri ha già dato i primi frutti: i Thailandesi controllano ogni spostamento di Nerdah. Vogliono sapere cosa fa, con chi si muove. Vogliono fargli sentire la pressione addosso per non aver accettato quell’atto propagandistico tanto voluto dalla comunità internazionale degli affari. Vengono scattate foto alla sua auto e a tutti gli occupanti. “Mi considerano un piantagrane” – dice ridendo – “E’ ridicolo: adesso stare dalla parte del popolo Karen significa essere un bandito. Ma i banditi sono i Birmani, che non hanno alcun diritto di occupare la nostra terra”. Quando dopo una ventina di minuti ci lasciano ripartire, Nerdah riprende a scusarsi. “Ci avete sempre sostenuti, e ci avete sempre descritti come gente onesta e coraggiosa. Adesso per colpa di quattro o cinque politici che hanno tradito lo spirito della rivoluzione Karen perdiamo la nostra dignità. Hanno distrutto 66 anni di lotta e di sacrificio abbagliati dalle promesse di ricchezza. Ma se credono che lasceremo entrare i Birmani e i loro amici delle multinazionali nei nostri territori si sbagliano di grosso. Per me nulla è cambiato: chi varca la linea sarà colpito dalle nostre truppe”.
Nerdah guida nella notte, lo sguardo sulla strada per scorgere ed evitare i bufali che placidamente trotterellano nel buio, perfettamente mimetizzati con l’asfalto. Davanti a lui un futuro incerto: la lotta armata contro gli occupanti, ma forse anche contro i suoi fratelli Karen, se nei prossimi giorni questi dovessero presentarsi nel suo territorio per costringerlo ad applicare il cessate il fuoco che apre le porte allo sfruttamento di Kawthoolei. “I Birmani ci vogliono dividere, vogliono costringerci alla guerra civile. Sono molto furbi, molto più abili di noi.

Cerco di immedesimarmi nell’amico che ho accanto. Provo a farmi carico delle decisioni difficili che dovrà prendere nelle prossime ore. Cosa farei se avessi nelle mie mani il destino di numerosi villaggi, di centinaia di famiglie a cui avevo ridato una casa e un lavoro dopo tanti anni di persecuzioni e di stenti? Come potrei chiedere loro di prepararsi a nuove fughe nella notte, a spostamenti repentini per evitare i futuri combattimenti, al ritorno ai campi profughi da cui con grande sforzo ero riuscito a tirarli fuori?mortaiospecialblackforces Dove troverei la forza di riprendere la lotta, sapendo che ora le difficoltà saranno infinitamente maggiori di quelle incontrate nel passato, perché ora sono considerato un insubordinato dai miei, e un nemico della pace dall’ipocrita comunità internazionale? Le risposte sono nella voce di Nerdah, che in vista delle prime luci di Maesot inizia a canticchiare una ballata patriottica Karen e poi dice: “lo sai quanta gente è morta per questa rivoluzione? lo sai quanti soldati sono rimasti uccisi o mutilati per difendere l’idea di una patria Karen? Come è possibile anche soltanto pensare di ignorare questo enorme sacrificio compiuto in più di sessanta anni? No. Non l’avranno vinta. Noi Karen siamo passati attraverso molte tempeste eppure siamo ancora qui. Sopravvivremo anche a questa. Fino alla vittoria”.

Franco Nerozzi

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“Non preoccuparti, noi non molleremo. Chi ha firmato il cessate il fuoco sta vendendo la nostra Patria. Ma finchè noi lotteremo ci sarà un territorio libero da chiamare Kawthoolei”. Nerdah Mya sa che non mi deve spiegazioni. Ma ieri il presidente della Karen National Union, il vecchio Mutu, ha firmato un accordo con i Birmani che condanna i Karen ad un futuro senza dignità. Un cessate il fuoco che non rispetta le condizioni fondamentali per la sicurezza di questo popolo. E lui sente un velo di vergogna guardandomi in faccia. Nerdah Mya è a capo della KNDO, l’organizzazione armata Karen che due giorni fa ha emesso una dichiarazione di totale condanna nei confronti della firma dell’accordo. Ma è anche l’amico di “Popoli”, il compagno di molti viaggi compiuti all’interno della Birmania in guerra, il camerata di tanti momenti passati a ridosso delle linee nemiche, l’ospite premuroso che fa trovare ai medici e ai volontari della nostra comunità le zanzariere e i materassini nelle baracche di legno che ci riparano dalla pioggia nella stagione dei monsoni e dal sole cocente nei mesi secchi. E’ il guerriero che canta i brani country intrattenendo i ragazzi arrivati fino a Oo Kray Khee per vedere la vita di un popolo in lotta. E’ il divertito organizzatore di un surreale concerto nel pieno della jungla, quello del sosia norvegese di Elvis Presley che sbuca tra i banani di Little Verona per intonare “Love me tender” con la tutina impestata di diamanti.

nerdah-mya_-karen_armySiamo fermi all’imbrunire ad un check point thailandese, lungo la strada che costeggia il confine con la Birmania. I soldati lo hanno riconosciuto e con un misto di imbarazzo e di esagerata marzialità lo hanno invitato a spegnere il motore della vecchia Toyota. “Generale, dobbiamo comunicare al Comando che lei è qui. Se ci daranno l’autorizzazione potrà ripartire senza problemi”. La dichiarazione intransigente dell’altro ieri ha già dato i primi frutti: i Thailandesi controllano ogni spostamento di Nerdah. Vogliono sapere cosa fa, con chi si muove. Vogliono fargli sentire la pressione addosso per non aver accettato quell’atto propagandistico tanto voluto dalla comunità internazionale degli affari. Vengono scattate foto alla sua auto e a tutti gli occupanti. “Mi considerano un piantagrane” – dice ridendo – “E’ ridicolo: adesso stare dalla parte del popolo Karen significa essere un bandito. Ma i banditi sono i Birmani, che non hanno alcun diritto di occupare la nostra terra”. Quando dopo una ventina di minuti ci lasciano ripartire, Nerdah riprende a scusarsi. “Ci avete sempre sostenuti, e ci avete sempre descritti come gente onesta e coraggiosa. Adesso per colpa di quattro o cinque politici che hanno tradito lo spirito della rivoluzione Karen perdiamo la nostra dignità. Hanno distrutto 66 anni di lotta e di sacrificio abbagliati dalle promesse di ricchezza. Ma se credono che lasceremo entrare i Birmani e i loro amici delle multinazionali nei nostri territori si sbagliano di grosso. Per me nulla è cambiato: chi varca la linea sarà colpito dalle nostre truppe”. Nerdah guida nella notte, lo sguardo sulla strada per scorgere ed evitare i bufali che placidamente trotterellano nel buio, perfettamente mimetizzati con l’asfalto. Davanti a lui un futuro incerto: la lotta armata contro gli occupanti, ma forse anche contro i suoi fratelli Karen, se nei prossimi giorni questi dovessero presentarsi nel suo territorio per costringerlo ad applicare il cessate il fuoco che apre le porte allo sfruttamento di Kawthoolei. “I Birmani ci vogliono dividere, vogliono costringerci alla guerra civile. Sono molto furbi, molto più abili di noi.”

Cerco di immedesimarmi nell’amico che ho accanto. Provo a farmi carico delle decisioni difficili che dovrà prendere nelle prossime ore. Cosa farei se avessi nelle mie mani il destino di numerosi villaggi, di centinaia di famiglie a cui avevo ridato una casa e un lavoro dopo tanti anni di persecuzioni e di stenti? Come potrei chiedere loro di prepararsi a nuove fughe nella notte, a spostamenti repentini per evitare i futuri combattimenti, al ritorno ai campi profughi da cui con grande sforzo ero riuscito a tirarli fuori? Dove troverei la forza di riprendere la lotta, sapendo che ora le difficoltà saranno infinitamente maggiori di quelle incontrate nel passato, perché ora sono considerato un insubordinato dai miei, e un nemico della pace dall’ipocrita comunità internazionale? Le risposte sono nella voce di Nerdah, che in vista delle prime luci di Maesot inizia a canticchiare una ballata patriottica Karen e poi dice: “lo sai quanta gente è morta per questa rivoluzione? lo sai quanti soldati sono rimasti uccisi o mutilati per difendere l’idea di una patria Karen? Come è possibile anche soltanto pensare di ignorare questo enorme sacrificio compiuto in più di sessanta anni? No. Non l’avranno vinta. Noi Karen siamo passati attraverso molte tempeste eppure siamo ancora qui. Sopravvivremo anche a questa. Fino alla vittoria”.

Franco Nerozzi

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