NELLE TERRE LIBERE

POPOLI deve essere orgogliosa di quello che ha realizzato in questi quindici anni: in questa regione i soli villaggi in cui i Birmani non mettono piede sono quelli assistiti dalla vostra organizzazione. Qui grazie a voi il nostro popolo respira l’aria della libertà”.

chi_siamo_popolionlusSicuramente troppo generoso il Generale Nerdah Mya nel suo enfatico discorso durante una pausa della nostra ennesima missione in Birmania. Non è certamente grazie a noi se il popolo Karen trova ancora delle oasi di libertà in un territorio occupato dalla mano pesante dei militari e dalla rivoltante ipocrisia delle forze “democratiche” del nuovo Myanmar. La libertà si conquista con il fucile in mano e con il tascapane mezzo vuoto legato alla cintura. E questi sono gli elementi che accompagnano i volontari della KNDO, la formazione patriottica guidata da Nerdah, figlio del leggendario Bo Mya che per decenni fu a capo della resistenza Karen contro l’oppressione condotta da Rangoon. Oggi la pesante eredità del padre è in gran parte sulle sue spalle e su quelle di altri pochissimi comandanti che hanno detto no all’umiliazione di un cessate il fuoco basato sull’inganno e sulla totale assenza di rispetto per le istanze dei Karen.

Certo, siamo orgogliosi delle nostre cliniche, che in questi villaggi sono punto di riferimento essenziale per decine di migliaia di persone. Siamo orgogliosi delle scuole, dove venti insegnanti si prendono cura di centinaia di bambini Karen. Siamo orgogliosi dei villaggi ricostruiti dopo che questi erano stati distrutti dalle truppe birmane e che oggi ospitano decine e decine di famiglie che hanno ripreso a lavorare i campi e hanno trasformato in un ridente granaio quel territorio che solo dieci anni fa era chiamato “zona nera”, in cui i soldati di Rangoon entravano a loro piacimento saccheggiando e violentando. Ma se oggi quelle aree sono libere è perché c’è chi è disposto a morire per esse.

Ci guardiamo intorno: le case di Paw Bu Hla Tha sono umili, ma la popolazione sorride, i bambini fanno acrobazie tuffandosi nel torrente e le donne ci preparano un pollo al curry che non ha eguali. I soldati di Nerdah presidiano le entrate del villaggio scrutando le pendici delle colline alla ricerca di qualche movimento sospetto. Il personale sanitario di “Popoli Onlus e di “Sol.Id”, l’organizzazione con cui condividiamo numerosi progetti nel territorio Karen, è al lavoro da molte ore. La presenza di un medico italiano, Roberto, veterano di Popoli Onlus e di una infermiera francese, Natacha, professionale e sorridente volontaria di Sol.Id. fa si che buona parte degli abitanti del villaggio, così come era successo nelle precedenti tappe della missione, si presenti alla clinica per farsi visitare.

Il nostro orgoglio sta anche qui, nel vedere diverse generazioni di volontari lavorare insieme in un ambiente delizioso dal punto di vista del calore umano ma non sempre comodissimo negli aspetti logistici. L’orgoglio sta nel marciare accanto a maturi e a giovanissimi compagni di viaggio, tutti alimentati dalla stessa motivazione: essere accanto a chi, per difendere il sacrosanto diritto di vivere sulla propria terra secondo le proprie tradizioni, è costretto a lottare quotidianamente. L’orgoglio è guardare Giulia, Rubens, Fabio, Giovanni, Alberto, Raffaella, Sebastien, Roberto e Natacha, e vedere che il seme gettato da Popoli Onlus molti anni fa ha prodotto dei buoni frutti e che la collaborazione tra diverse associazioni è la sola strada da intraprendere se si vuole veramente incidere in situazioni di così grave portata. Orgoglio è sentire il pavido bisbiglio dei “buoni” quando entri per un bicchiere in un bar del confine. E’ vedere i loro colpetti di gomito per segnalare l’arrivo dei “cattivi”. E’ percepire l’abissale distanza tra loro e noi, ovvero tra chi recita la parte dell’umanitario finto compassionevole dall’obbligatorio piede nudo e chi, invece di incoraggiare la resa di un Popolo in nome di una vuota formula di “peace and love”, cerca di alleviare, seppur in minima parte, le sofferenze di chi rifiuta di diventare uno schiavo.
soldati_popolionlusLa pace deve essere basata sulla giustizia, e questa ancora non si è fatta vedere nelle aree etniche del nuovo Myanmar. La popolazione, dopo una prima comprensibile euforia all’annuncio dei negoziati, lamenta ora le vessazioni ed i soprusi di cui è ancora vittima. In Occidente si descrive la Birmania come un paese che avanza a grandi passi verso il pianeta democratico. Questo è in parte vero: infatti anche qui come in tutte le democrazie moderne a dettar legge sono i banchieri. I loro camerieri indossano la divisa verde dell’esercito o i pittoreschi Sarong stile Aung San Suu Khyi dei parlamentari. I cacciabombardieri e gli elicotteri d’assalto volano sulle teste degli Shan, dei Kachin, dei Karen e dei Padaung. Le truppe occupano vaste fette di jungla Karen per aprire la strada a dighe e miniere, investimenti voluti dal business mondiale che fa tacere la stampa riguardo alla guerra che continua.

Oggi il nostro gruppo avrebbe dovuto raggiungere la fattoria di Popoli Onlus, la piantagione di caffè realizzata per produrre risorse con cui alimentare il sostegno sanitario iniziato molti anni fa. Con grande delusione della compagnia abbiamo dovuto rinunciare: tutto attorno alla “Coffee Farm” le truppe birmane pattugliano in forze e allestiscono check point. missione-ottobre-6 “Non sopportano che vi siano zone libere” – dice Nerdah mentre osserva un elefante inginocchiarsi sotto i comandi del suo esperto conduttore – “ma devono rassegnarsi. Noi vinceremo, guadagneremo il nostro futuro di pace anche grazie a voi, che venite a condividere la nostra lotta”. Ci lasciamo conquistare dalla scontata metafora che la scena davanti a noi ci ispira.

L’elefante, potente e temibile, si inginocchia davanti al piccolo ma tenace Karen.