IL PERCHE’ DI UNA LOTTA CHE DEVE CONTINUARE

I Karen non appartengono alla Birmania di Aung San Suu Kyi. Questo dovrebbe essere chiaro, ma non lo è a tutti. L’ambigua descrizione di un Paese in via di riappacificazione, in cui ben presto ogni popolazione che lo abita avrà pace e prosperità è opera di una informazione schiava delle logiche del mondialismo a cui dobbiamo purtroppo continuare a fare riferimento a costo di diventare insopportabilmente monotoni e ripetitivi. “The Lady”, come viene chiamata l’eroina di tanti anni di lotta contro la giunta militare di Rangoon, sembra essere stata assorbita e integrata nel sistema che nelle stanze dei bottoni di finanzieri e multinazionali ha disegnato una Birmania (Myanmar) in cui il capitalismo trionferà sulla pelle delle popolazioni appartenenti ad antichissimi gruppi etnici che abitano le jungle delle regioni di confine. A nostro avviso la lotta dei movimenti autonomisti deve continuare, almeno fino a quando il Governo Birmano (di cui la elegante Signora è Ministro degli Esteri) non avrà ottemperato alla prima condizione che i gruppi etnici avevano posto per la fmedici volontari popolionlusirma del cessate il fuoco: il ritiro delle truppe dalle aree da essi abitate. Non è una cosa da poco: centinaia di migliaia di profughi che hanno trovato una sistemazione di fortuna in Thailandia attendono di rientrare nella loro terra, per riprendere una vita normale e per ridare una speranza ai loro figli. Le ONG (sempre loro!) che per anni hanno stazionato nei campi di rifugiati fornendo riso ma allo stesso tempo incoraggiando la diaspora principalmente verso Stati Uniti, Australia e Canada, ora fanno pressioni affinchè la massa di assistiti rientri in territorio birmano, dove le organizzazioni hanno spostato i loro uffici collaborando con il governo centrale. Hanno annunciato che ci saranno drastici tagli ai budget, e che quindi i profughi che non lasceranno la Thailandia patiranno la fame. Inutile ricordare che le ONG, a differenza di Popoli Onlus, non avevano mai agito per favorire il rientro dei rifugiati sulle loro terre. Mentre negli scorsi 17 anni noi costruivamo cliniche, scuole, villaggi agricoli e collaboravamo direttamente con i gruppi di autodifesa Karen che garantivano la sicurezza delle popolazioni civili che si reinsediavano nelle loro regioni, il mondo arcobaleno dei rasta e delle zecchette del pensiero debole lavorava per scoraggiare la resistenza e per indicare nelle organizzazioni non allineate come la nostra il vero pericolo per i Karen. Ora, obbedienti alla parola del salvatore Soros, e formati al ben retribuito insegnamento delle multinazionali, fanno fretta ai profughi, senza curarsi del fatto che questi sarebbero costretti a rientrare in un territorio zeppo di postazioni militari birmane dal momento che la nuova leadership Karen da essi sostenuta ha impedito ai guerriglieri di muovere operazioni contro l’esercito di occupazione. I diretti interessati, ovviamente, non ne vogliono sapere. Le liste di attesa per ottenere una abitazione in territorio Karen sono lunghe soltanto per le aree dove opera la Comunità Solidarista Popoli Onlus con la collaborazione di Sol.Id. e con il supporto di diverse associazioni italiane che non appartengono al mondo degli zelanti servitori del pensiero unico. E questo non perché Popoli Onlus offra sistemazioni particolarmente confortevoli (il nostro budget al confronto con quello delle ONG arcobaleno è, letteralmente, ridicolo), ma per il semplice fatto che nelle nostre zone i Birmani sono tenuti sotto controllo da centinaia e centinaia di volontari della KNDO (Karen Nationa Defence Organization condotta da Nerdah Mya) nel settore di Oo Kray Khee, e da migliaia di guerriglieri ai comandi della “Tigre” (il Generale Baw Kyaw) nella 5° Brigata. E perché in queste due zone c’è ancora un progetto di libertà e di autonomia, le due cose per le quali i Karen hanno combattuto per quasi 70 anni. I noiosi e narcisisti alfieri del brand “peace and love”, dopo aver fatto passerella per anni nella cittadina thailandese di Maesprofughi karenot si stanno spostando oltre confine, in aree sotto il controllo dei Generali birmani, per continuare la loro interpretazione di ”Madri e Padri Teresa di Calcutta” e collaborando di fatto al disegno di falsa normalizzazione del Myanmar. La sola presenza dei loro uffici in territorio birmano consente agli speculatori internazionali di dare il via a iniziative imprenditoriali che odorano di “santità”. Quando invece la sostanza è che in nome di questa pacificazione da sbandierare davanti al mondo, a pagare saranno i rifugiati, che si troveranno catapultati in territori ancora governati dall’arroganza dell’esercito birmano, che in questi anni di cessate il fuoco ha addirittura incrementato la sua presenza. E’ proprio di poche ore fa la denuncia da parte della Shan Human Rights Foundation di continue violenze da parte dell’esercito di Rangoon, che in questi giorni ha ad esempio arrestato 19 civili (tra cui due donne ed un bambino di 12 anni) di etnia Shan sottoponendo alcuni di essi a pratiche di tortura. La massiccia presenza militare birmana, persino un bambino lo capirebbe, impedirà ai gruppi etnici ogni iniziativa di carattere economico e sociale che non dovesse essere prima approvata dalle autorità centrali. Le quali hanno in mente una concezione di sviluppo di queste aree di confine che nulla ha a che vedere con i progetti improntati al rispetto degli equilibri naturali e delle usanze tradizionali che ad esempio i Karen vorrebbero realizzare nei loro territori. La lotta deve quindi continuare: si deve proseguire con il sostegno alla popolazione civile Karen che si mette sotto la protezione di Nerdah Mya e di Baw Kyaw, si deve garantire l’assistenza sanitaria e l’attività scolastica, va incrementata la produzione di cibo. Vanno incoraggiate le truppe di volontari che stanno a difesa delle aree libere. Vanno respinti tutti i tentativi di corrompere i resistenti da parte delle viscide serpi delle organizzazioni “disumanitarie”. Lo ripeteremo fino alla noia: la battaglia dei Karen, così come quella di ogni gruppo umano di qualsivoglia colore di pelle, che ha come fine la difesa della Identità e della Tradizione, è la Nostra Battaglia. Combattiamola con la serietà e la dedizione che merita.