Birmania: La guerra più sconosciuta e lunga del mondo

Oo Kray Khee (Karen Sate) – La partenza è fissata per le sei del mattino in punto. E’ ancora buio e, nel parcheggio del piccolo albergo di Mae Sot, cittadina al confine tra Thailandia e Birmania, spartiacque per centinaia di migliaia di profughi e traffici illegali, è pronto a partire un pick-up impolverato. Da qui bisogna viaggiare verso Sud per circa sei ore, nella direzione del confine orientale birmano, su quella che da queste parti chiamano la «strada della morte». Una strada che penetra nella fitta vegetazione e, costeggiando il lungo confine tra i due Paesi asiatici, conduce – dopo una serie interminabile di checkpoint dell’esercito thailandese – verso la destinazione: «Kawthoolei», parola che, nella lingua dei Karen, significa «La terra senza peccato».Pah Bo è l’autista, con i denti rossi per la noce di betel che continua a masticare e il viso pulito che non sembra esser quello di un combattente. «Domani ricordiamo l’inizio della nostra guerra per la libertà», dice sorridendo in perfetto inglese, mentre il cambio della marcia entra a fatica emettendo degli inquietanti rumori. «E’ un giorno molto importante per il mio popolo, in ricordo di tutti i Karen che sono morti combattendo per vedere Kawthoolei libera dalla tirannia birmana».

La sconosciuta Storia del Popolo Karen

I media hanno smesso di parlarne molti anni fa. Ma la guerra qui non sembra finire. Il conflitto che gli esperti definiscono a «bassa intensità», continua a mietere vittime e a causare sofferenza. Tutto è iniziato nel 1949. Dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, alla fine del secondo conflitto mondiale, il nuovo presidente del Paese, Aung San – padre della più conosciuta premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi – aveva firmato, in accordo con i capi delle diverse comunità etniche che compongono il complesso mosaico birmano, il «Trattato di Planglong» che offriva a ciascun popolo la possibilità di scegliere – entro il termine di dieci anni – il proprio destino politico e sociale. Questo trattato non è stato mai rispettato da Rangoon perchè, dopo un colpo di stato e l’uccisione di Aung San, il potere è passato alla dittatura militare dello spietato generale Ne Win. Così, da sessantasei anni a questa parte, i Karen – un popolo che conta ben sette milioni di persone – imbracciano le armi. Per combattere fino al sogno della propria libertà.

La canzone della Rivoluzione

«Fra poco arriveremo nello Stato Karen». La voce di Pah Bo risuona forte mentre le note della «canzone della rivoluzione», motivetto celebrativo che gli è particolarmente caro, fanno da sottofondo alla conversazione. L’entrata nei territori controllati dal popolo Karen può avvenire solo illegalmente. Non è infatti possibile raggiungerli passando per le frontiere ufficiali e richiedendo un semplice visto. Il rischio per chi, contravvenendo a questo divieto, viene fermato dalla polizia thailandese, è quello dell’arresto immediato. Ben più pericoloso sarebbe se ad individuare i contravventori fossero le truppe armate di Rangoon. «A quel punto – continua ridendo il giovane combattente dai denti rossi – non sarebbe tanto semplice uscirne». La strada diventa sterrata e il sole fatica a filtrare nella giungla. Poi, all’improvviso, dopo una piccola collina, si intravede un villaggio. Un cartello in legno, disegnato a mano con la scritta «Welcome to Kawthoolei» ci accoglie all’entrata di Oo Kray Khee, un villaggio che i Karen chiamano anche «Little Verona» in segno di riconoscenza verso la Comunità Solidarista Popoli, una Onlus umanitaria italiana che dal 2001 ha costruito e ricostruito villaggi, scuole e cliniche mediche in questi territori.

I Segni indelebili della Guerra

Prima dell’insediamento del nuovo presidente Thein Sein – un ex generale dell’esercito – avvenuto con le elezioni del 2011, gli attacchi verso il popolo Karen erano all’ordine del giorno. «Arrivavano nei villaggi e prendevano tutto quello che gli poteva essere utile. Poi davano fuoco alle nostre case», spiega Milton, 73 anni, nato e cresciuto a Kawthoolei e che ancora spera di vedere la sua terra libera. Molti Karen sono stati così costretti a fuggire. Si contano almeno 500mila rifugiati interni, che nel gergo delle Nazioni Unite vengono chiamati Internally Displaced People (IDP), e oltre 130mila persone sono finite nei campi profughi disseminati nella vicina Thailandia, costretti a vivere al di sotto della soglia di povertà, in condizioni di estremo disagio. Molte delle persone rimaste, invece, portano i segni delle mine antiuomo con cui l’esercito di Rangoon ha reso ancor più impenetrabile la giungla. Ancora migliaia sarebbero gli ordigni pronti ad esplodere. La Birmania è uno dei Paesi più minati al mondo. Non è possibile documentarlo con precisione ma gli ultimi dati diffusi parlano di più di 3mila vittime, tra uccisi e mutilati, solo dal 1999 al 2013. Mo Tha, un contadino quarantenne, in questa sporca guerra ha perso una gamba. «Stavo rientrando nel villaggio dopo una giornata di duro lavoro nei campi quando, all’improvviso, è scoppiata una mina». «Da quel giorno – dice indicando la protesi di legno che sostituisce l’arto – sono rimasto così». E poi ci sono gli stupri, usati – denunciano la Karen Women Organization (KWO) e il Karen Human Right Group (KHRG) – come una vera e propria arma di guerra da parte dei soldati birmani contro la popolazione. Nel rapporto «State of terror», di recente pubblicazione, si leggono le storie di 959 donne abusate dai militari di Rangoon nell’arco temporale che va dal 1981 al 2006. Ma i casi potrebbero essere molti di più.

La celebrazione del Karen Revolution Day

Oggi, come ogni 31 gennaio, è una giornata di festa ad Oo Kray Khee. Stanno iniziando le celebrazioni del 66esimo anniversario del «Karen Revolution Day». I volontari dell’esercito Karen, pronti per la parata militare i cui preparativi fervono da giorni, indossano la miglior divisa e guanti di un bianco immacolato. L’ampio spiazzo sterrato che separa le colline – stupenda cornice naturale del villaggio – è stato sistemato ad hoc per l’occasione. Sono più di mille le persone arrivate da altri villaggi e dai campi profughi della vicina Thailandia. Sul palco, quasi interamente realizzato in bambù dagli stessi Karen, sono presenti molte delle massime autorità politiche e militari. Ma non solo. Delegazioni di altre etnie, come quelle degli Arakan, dei Kachin, dei Karenni e degli Shan, sono arrivati per rivendicare il loro sostegno alla lotta dei Karen e, a loro volta, per richiedere la propria autonomia. «Oggi, nel 66esimo anniversario della rivoluzione Karen, voglio testimoniare riconoscenza a tutti i predecessori e martiri che, nel corso della storia, si sono sacrificati in nome della nostra causa». A parlare è il generale Nerdah Mya, numero uno della Karen National Defence Organization (KNDO), figlio del generale Bo Mya, leggendario leader della lotta armata contro il regime birmano. «Dobbiamo continuare a lottare per ottenere i nostri diritti», continua Nerdah Mya. «Questa è la terra dei nostri avi, la terra dove siamo nati, la terra per la quale lottiamo e nella quale intendiamo vivere oppure, se necessario, morire da uomini liberi». La celebrazione del giorno della rivoluzione non è solo fatta di comizi. Ma anche di balli e musiche tradizionali che durano fino a tarda notte, grazie all’entusiasmo di ballerini e musici, illuminati da piccoli generatori di elettricità che arrivano dalla vicina Thailandia.

L’interesse per questi Territori solo per le sue  Risorse

Nel 2012 sono iniziati dei colloqui di pace tra l’Unione Nazionale Karen (KNU) – ala politica dei Karen – e il governo birmano che fino ad ora, però, non hanno portato a nulla di fatto. «I negoziati per un cessate il fuoco iniziati nel 2012 vanno a rilento ed è difficile per noi fidarci dei birmani. Molte volte siamo stati traditi» dice il generale della KNDO, mentre, seduto in una panca di legno sotto la sua capanna sorseggia il tipico tè della giungla. «La verità è che i nostri territori sono ricchi di risorse naturali che noi non siamo disposti a far sfruttare selvaggiamente dalle grandi multinazionali. Per questo – conclude serio Nerdah Mya – vogliono eliminarci». Le celebrazioni sono finite, ma la guerra dei Karen, quella più sconosciuta e lunga del mondo, potrebbe durare ancora per anni.

di Fabio Polese

http://reportage.corriere.it/esteri/2015/in-birmania-la-guerra-piu-sconosciuta-e-lunga-del-mondo/