IDEE E PROGETTI

 

  BIRMANIA ( MYANMAR ):

  PROGETTO  KAW THOO LEI

   

 

CRONOLOGIA DEGLI  INTERVENTI

Durante la missione di Agosto – Settembre 2002 il team di “Popoli” è stato arrestato dall’esercito thailandese per violazione delle leggi sull’immigrazione (passaggio del confine con la Birmania), processato e condannato a quattro mesi di reclusione (pena sospesa per la clemenza della corte), e finalmente espulso dal paese.

·     Settembre 2002 – Settembre 2005: negli ultimi tre anni, la Comunità Solidarista “Popoli” ha continuato la sua attività di sostegno sanitario e didattico alla popolazione Karen. La Comunità si è concentrata sulla raccolta fondi in Italia ed ha regolarmente rifornito le tre cliniche adottate (spedizione di farmaci nell’aprile 2003, nell’agosto 2003, nel febbraio 2004, nell’agosto 2004 e nel marzo e agosto 2005). Ha provveduto inoltre a far svolgere gli anni scolastici alle nostre tre scuole, pagando gli stipendi degli insegnanti e acquistando libri e materiale di cancelleria per gli alunni.

  

           Sono in corso trattative con le autorità thailandesi per ottenere il permesso di costruire un  presidio sanitario permanente nella zona di confine con la Birmania, a ridosso delle aree abitate dalla popolazione già interessata dal progetto Kawthoolei . Questo consentirebbe in futuro un più sicuro lavoro per i nostri volontari, e la regolare presenza di personale espatriato a fianco dei profughi Karen.

 

          In collaborazione con Paolo Buonagurelli e Marco Bertone di “Reability” si sta dando vita ad un nuovo progetto finalizzato all’istruzione di personale paramedico Karen operante nel campo profughi di Mae La per il corretto trattamento di pazienti bisognosi di terapie riabilitative.  

 

STORIA DEL POPOLO KAREN

I Karen, una delle principali etnie che compongono il mosaico birmano (circa sei milioni su una popolazione di 44 milioni di abitanti), lottano dal 1949 contro il governo centrale di Rangoon per ottenere l'indipendenza e preservare la loro identità.
Originari delle steppe della Mongolia e degli altipiani del Tibet, i Karen arrivano nei territori che oggi costituiscono la Birmania dopo una lunga migrazione durata duemila anni. Nella loro discesa a sud scoprono i grandi fiumi Irrawaddy e Salween che si insinuano attraverso gli ultimi contrafforti della catena himalayana. Primi abitanti delle vaste pianure situate all'estuario di questi fiumi, vi si insediano nel 730 Avanti Cristo vivendo in pace per due secoli, fino all'arrivo dei Birmani che invadono le terre dei Karen costringendoli a rifugiarsi sulle montagne al confine con il Siam (l'odierna Thailandia).

Inizia lo scontro tra i due popoli. Le pianure conquistate dai Birmani sono fertili, le montagne dei Karen non offrono molte risorse. La frattura si fa via via più profonda nei secoli a seguire. Durante il periodo coloniale britannico avviene la cristianizzazione di una parte della popolazione Karen per opera di missionari battisti. L'eredità dell'evangelizzazione si evidenzia in un 30% di Karen tutt'ora fedeli al Cristianesimo.


Quando nel 1947 l'Inghilterra lascia la Birmania, il primo responsabile politico del nuovo paese, il Generale Aung San, propone una costituzione che prevede entro i dieci anni successivi il diritto di ogni gruppo etnico a separarsi dall'Unione e di ottenere piena indipendenza. Il disegno non viene realizzato, perché Aung San viene assassinato durante un colpo di stato che porta al governo una giunta militare che ben presto provoca la reazione armata dei Karen e delle altre etnie.
Da allora, i popoli delle montagne hanno combattuto senza sosta per l'indipendenza. I Karen hanno condotto la loro lotta rinunciando per ragioni etiche ai facili guadagni derivanti dal traffico di droga, a cui si oppongono con esemplare rigore.

 

I SOPRALLUOGHI

Nel 1994 il KNU, organismo di rappresentanza politica dei Karen, gestiva buona parte del territorio abitato da questa etnia. Nella capitale, Manerplaw, un villaggio di palafitte che ospitavano ministeri e dipartimenti dell'amministrazione, erano presenti gli esponenti del vasto panorama della dissidenza politica birmana, dalla NLD (National League for Democracy) di Aung San Suu Kyi, ai gruppi degli studenti fuggiti da Rangoon dopo le manifestazioni di protesta del 1988. Manifestazioni che si erano concluse nel sangue, con l'intervento dell'esercito che aveva provocato circa tremila vittime.
Andammo a Manerplaw entrando clandestinamente in Birmania per seguire i combattenti Karen, in quei mesi impegnati a respingere le offensive dei birmani contro la città - simbolo della loro resistenza.
Passammo giorni e giorni in trincea a contatto con giovanissimi guerriglieri che tenevano testa ad uno dei più armati eserciti del sud est asiatico. Trascorremmo lunghe notti a discutere con comandanti e uomini politici, per cercare di comprendere i perché della orgogliosa lotta intrapresa oltre quarant'anni prima. La vita quotidiana nei villaggi Karen ci permise di leggere in profondità l'indole di questo popolo: aperto e tollerante nei confronti degli stranieri, semplice e pacifico nell'impostazione dei rapporti all'interno della comunità tradizionale. Ma al tempo stesso inflessibile nell'applicazione di codici di comportamento ispirati ad un certo puritanesimo. Per i Karen l'uso e il commercio della droga, lo sfruttamento della prostituzione e l'abuso di alcool sono reati puniti con estrema severità.

Negli anni seguenti, l'impegno di chi aveva conosciuto da vicino la situazione di questo popolo si concretizzò nell'adesione alle campagne promosse da Amitiè Franco - Karen, organizzazione umanitaria francese (loi 1901) che sostiene i Karen attraverso l'invio di medicinali e la sensibilizzazione dell'opinione pubblica e delle istituzioni politiche transalpine.

Nel marzo 2001, pochi giorni dopo la costituzione della nostra Comunità, una missione ricognitiva di POPOLI si è recata nel distretto di Dooplaya, nello Stato Karen, allo scopo di individuare settori di intervento umanitario su cui concentrare i primi progetti della Associazione.
Ci siamo resi subito conto che la situazione era ben diversa da quella conosciuta durante i precedenti viaggi.
La caduta di Manerplaw, capitale di Kawthoolei, nome con il quale i Karen chiamano la loro terra, aveva causato gravi ripercussioni sull'organizzazione civile e militare dell'intero stato.
La perdita di buona parte del territorio su cui i Karen basavano le loro attività (coltivazione e taglio di piante dal legname pregiato, produzione di riso e bamboo, piccoli commerci di sussistenza) aveva messo in ginocchio il sistema economico della organizzazione statale.
Di conseguenza, i servizi di base, una volta garantiti dal K.N.U. (Karen National Union) avevano subito una drastica riduzione. Inoltre, l'estendersi delle operazioni militari condotte dal Tatmadaw (esercito birmano) all'interno di Kawthoolei, provocava la fuga di civili dai loro villaggi di origine. Duecentomila hanno raggiunto i campi profughi allestiti in Thailandia. Ma più di mezzo milione ha scelto di non lasciare la loro terra e di cercare di sopravvivere in rifugi improvvisati nella giungla.
Sanità, istruzione, assistenza sociale: queste i tre settori segnalati dai volontari di POPOLI come i più urgenti da affrontare con progetti di sostegno a favore proprio di questi "profughi interni" (I.D.P. Internally Displaced People secondo la terminologia ufficiale dell'O.N.U.).

 

GLI AIUTI AI KAREN

Gli aiuti internazionali alla popolazione Karen si limitano a pochi interventi condotti da alcune Organizzazioni Non Governative (N.G.O.) e da alcuni privati.
Organizzazioni come Medici senza Frontiere, Aide Medical International e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, concentrano peraltro gran parte dei loro progetti nell'ambito dell'assistenza ai profughi accolti nei campi thailandesi lungo il confine con la Birmania.
L'ECHO, (European Community Humanitarian Office) sta stanziando 2.000.000 di Euro a favore di progetti per il miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie di diverse popolazioni che abitano in Birmania.
Ma la situazione degli I.D.P., i profughi interni Karen, resta la più critica, in quanto soltanto una infinitesima parte degli aiuti internazionali va a sostenere alcuni di essi.

 

Essendo gruppi di persone  in movimento nella giungla, costrette a muoversi da un insediamento all'altro per sfuggire ai combattimenti, alle rappresaglie dell'esercito birmano, alla mancanza di cibo, essi sono più difficilmente raggiungibili dalle azioni umanitarie.

Una organizzazione tedesca, Freunde fur Asian E.V., iniziò nel 1997, in collaborazione con il Dipartimento della Sanità dell'autorità Karen, il progetto Cliniche Mobili, al quale oggi si ispira l'intervento di "POPOLI". L'organizzazione tedesca ha partecipato alla costruzione e al mantenimento di 5 cliniche in diversi distretti dello stato Karen.
Frequente, seppur irregolare, il sostegno da parte di gruppi di ispirazione religiosa (protestanti, battisti, avventisti, cattolici) ad iniziative umanitarie non coordinate.
Amitié Franco-Karen, associazione francese, ha provveduto con maggiore regolarità all'invio di medicinali nella regione e ha affiancato le delegazioni dell'autorità karen nei contatti diplomatici in Europa.

 

LA SITUAZIONE DELLA REGIONE

Massicce offensive dell'esercito birmano hanno portato, nel 1995, alla caduta della "capitale" dello stato dei Karen, Manerplaw, e alla conseguente disfatta dei loro reparti di autodifesa.
Negli anni successivi il governo birmano ha ottenuto degli accordi con la quasi totalità dei movimenti indipendentisti. Nonostante la precaria situazione militare gli unici a mantenere una posizione intransigente nei confronti della dittatura sono stati i Karen. La loro posizione ha avuto come conseguenza un ulteriore accanimento dei reparti dell'esercito birmano contro il territorio abitato da questa popolazione.
Le operazioni hanno provocato l'esodo di centinaia di migliaia di Karen, costretti a spostarsi nella giungla per sfuggire ai rastrellamenti, agli arresti e alle esecuzioni sommarie, divenendo in pratica profughi all'interno del loro stesso paese (I.D.P. Internally Displaced People, secondo la terminologia O.N.U.)

Un altro fronte in lotta contro la giunta è quello che ha il suo massimo esponente nella figlia del Generale Aung San. Premiata con il Nobel per la Pace nel 1991, Suu Kyi, di etnia Birmana, è attualmente agli arresti domiciliari, dopo che, in seguito alla sua vittoria nelle elezioni politiche, i militari l'hanno dichiarata "pericolosa per l'unità del Paese".
Il regime birmano, una narcodittatura sostenuta militarmente dalla Cina, intrattiene remunerativi rapporti commerciali con multinazionali europee e statunitensi, interessate allo sfruttamento delle risorse energetiche del Paese.
Alle realizzazioni delle imprese multinazionali "partecipano" anche i Karen, in qualità di moderni schiavi alle dipendenze della giunta di governo: organizzazioni internazionali come la I.L.O. (International Labour Organization) denunciano con le loro risoluzioni il frequente e criminale utilizzo di individui appartenenti alle minoranze etniche come manodopera forzata.
Attualmente, circa duecentomila Karen sono ospitati in campi profughi che il governo thailandese ha allestito lungo il confine con la Birmania, mentre circa mezzo milione di persone vive in precari insediamenti in territorio birmano, sotto la minaccia di incursioni da parte dei militari di Rangoon.
A questi profughi interni va il sostegno di POPOLI.

 

IL PROGETTO DELLE CLINICHE MOBILI

Dall’aprile 2001 " POPOLI " ha lanciato una campagna per la raccolta di fondi da destinare all'acquisto di medicinali e beni di prima necessità per i profughi interni Karen.
Il sopralluogo condotto in precedenza nel distretto di Dooplaya aveva evidenziato le drammatiche conseguenze della mancanza di farmaci contro la malaria , le infezioni gastrointestinali, le infezioni delle vie respiratorie e di quelle urinarie. La scarsità di apporto vitaminico nella dieta dei bambini risultava altrettanto grave. Inoltre, la presenza di feriti da arma da fuoco, da granate, da mine antiuomo, rendeva necessaria la fornitura di strumenti per il pronto soccorso. L'assistenza sanitaria ai profughi interni Karen, cioè ai soggetti maggiormente colpiti dalle conseguenze delle campagne militari, è affidata a delle cliniche mobili, strutture che vengono evacuate in caso di attacco da parte dei soldati birmani, per essere nuovamente allestite in zone più sicure della giungla.
Nel settembre 2001 i volontari di "POPOLI" , accompagnati da un farmacista di "Pharmaciens sans Frontiers", hanno consegnato all'organizzazione sanitaria karen (Department of Health and Welfare) il primo carico di farmaci acquistati a Bangkok sulla base di una accurata lista stilata con i medici del D.H.W. La nostra organizzazione ha curato poi la distribuzione recandosi nel distretto di Dooplaya attraverso il confine thailandese.
Le cliniche mobili da noi rifornite erano inizialmente due: una di queste non disponeva di alcun farmaco da oltre tre anni. Oggi una terza clinica opera nella stessa regione, portando ad oltre 12.000 persone il bacino di utenza delle strutture.
L'impegno di POPOLI, assunto nei confronti di questa comunità di profughi interni, è stato quello di proseguire la regolare fornitura di medicinali e strumenti di pronto soccorso negli anni a venire, e di sviluppare nuovi progetti di assistenza sanitaria.

 

 

NASCITA DEL PROGETTO


Il Dipartimento per la Sanità e i Servizi (Department of Health and Welfare, DHW) dell'Unione Nazionale Karen (Karen National Union, KNU) è nato al fine di fornire assistenza pubblica unicamente alle popolazioni residenti nella Birmania sud-orientale, lungo il confine con la Tailandia, seguendo un proprio programma sanitario-assistenziale.
All'inizio del 1997 la KNU, in seguito all'offensiva del esercito regolare birmano, dovette cedere il controllo di gran parte dei suoi territori. Una conseguenza di ciò fu l'interruzione dei servizi attuati dal DHW, si rese infatti necessaria una radicale trasformazione del sistema sanitario, non essendo più possibile mantenere sedi permanenti per le cliniche, in quanto la popolazione era obbligata a spostarsi costantemente per sfuggire agli attacchi delle truppe di Rangoon.
Nel 1997 una O.N.G. tedesca, in collaborazione con il DHW, iniziò un progetto sperimentale chiamato "Programma Clinica Mobile" (Mobile Health Clinic Program, MHCP), impiantando una prima clinica mobile per i profughi interni (Internally Displace People, IDP). Nel 1998 fu ampliato il progetto realizzando due ulteriori cliniche mobili. Poiché il servizio si è rivelato di grande utilità, col tempo è aumentata la richiesta di prestazioni mediche. Nel 2000 le cliniche sono cresciute a quattro. La nostra Comunità, nel 2001, ha adottato due nuove cliniche, portando il totale di queste vitali unità a sei. L’anno successivo una nuova clinica è stata messa in funzione da Popoli nei dintorni di Mu Aye Pu.
L'obiettivo principale del MHCP è di fornire assistenza sanitaria di base da una sede semi-permanente alle aree circostanti, tenendo costantemente presente i pericoli che possono minacciare la clinica.
In ciascuna clinica mobile sono presenti cinque operatori sanitari addetti alla medicina di base e al pronto soccorso, per una popolazione che va dai 3500 ai 5000 rifugiati. Il personale dispone di una quantità di farmaci essenziali sufficiente per tre mesi, nonché di una "clinica" che può essere installata dove necessario, nella quale sono sempre presenti due operatori. Gli altri tre visitano i profughi interni nelle aree circostanti. L'equipe deve tenersi costantemente pronta a spostarsi per motivi di sicurezza, lontano da qualsiasi impedimento o pericolo dovuto alla presenza di truppe birmane, portando con sé i medicinali, le attrezzature mediche e gli eventuali pazienti.


SITUAZIONE ATTUALE

Nonostante il recente negoziato per giungere ad un cessate il fuoco fra lo stato Karen e l'SPDC, l'area Karen rimane pericolosa, tanto per i profughi interni quanto per i medici delle cliniche mobili. In molti distretti proseguono gli scontri tra unità dell'esercito birmano e i gruppi di resistenza. Negli scorsi anni l'SPDC costrinse gli abitanti dei villaggi ad una ricollocazione forzata, si impossessò dei loro beni, bruciò le loro abitazioni e distrusse le loro risaie. Gli abitanti furono costretti ad arrendersi o ad espatriare. Molti sfollarono senza riuscire a ristabilirsi in vere e proprie comunità. Anche bambini caddero vittime delle loro sparatorie. Sempre più spesso i profughi interni dell'area Karen si trovano senza cibo e nel rischio crescente di essere feriti o uccisi dalle mine.
La mancanza di cibo, riparo e medicinali aumenta l'esposizione dei profughi interni a problemi di natura sanitaria. La presenza delle truppe birmane rende più difficoltoso ai medici raggiungere le persone e più rischioso per le persone raggiungere la clinica. Quando gli abitanti devono fuggire dall'SPDC, si rifugiano solitamente nella giungla, dove aumenta il rischio di malaria e di altri problemi sanitari.
Interventi di educazione sanitaria si sono svolti in alcune comunità con la collaborazione di insegnanti, capi villaggio, e gruppi di donne che organizzavano gli incontri. I medici hanno fornito dimostrazioni pratiche per la corretta costruzione di latrine, per l'igiene personale (rivolgendosi in particolare ai bambini), dell'abitazione, e per la bollitura dell'acqua.
Nonostante le difficoltà, l'educazione sanitaria sta lentamente cominciando a produrre qualche risultato nelle comunità.
Ciascuna delle cliniche fornisce nella sua sede ed all'esterno nell'area circostante, visite mediche, diagnosi e terapie. Per questi medici è possibile lavorare soltanto quando l'SPDC non è attivo nella zona. In tutta l'area vengono effettuate terapie curative delle affezioni comuni, come malaria (P. falciparum - spesso clorochino e meflichino resistente, e P.vivax - sensibile alla clorochina) diarrea, infezioni respiratorie, anemia, parassitosi, malattie della pelle. 

 Sono fornite inoltre cure di pronto soccorso per incidenti e ferite. Le cliniche dispongono delle attrezzature per piccoli interventi di chirurgia, visite dentistiche generiche, esami clinici di base, ostetricia generale. Vi si preparano inoltre kits d'emergenza per ferite da arma da fuoco e mine.
I pazienti più gravi e quelli cronici vengono invitati a rivolgersi all'ospedale più vicino. Se il paziente acconsente, un medico lo accompagna a destinazione, senza però entrare in ospedale, per motivi di sicurezza. Quando è possibile, il paziente viene inviato ad una ONG medica in Tailandia, che offre cure gratuite. Se il paziente viene ricoverato in un ospedale birmano, le spese mediche (quelle ufficiali e quelle "ufficiose") sono molto elevate. Molti pazienti rifiutano il ricovero, per motivi di sicurezza o, più spesso, per indisponibilità economica. Questi pazienti di solito non sopravvivono.

 

IL PROGETTO SCUOLE

La popolazione residente nei villaggi karen e i profughi interni traggono il loro sostentamento dalla coltivazione del riso. Alle naturali variazioni della produzione annuale, si aggiungono le razzie compiute dai militari che estorcono il raccolto e seminano di mine anti-uomo i campi dedicati alla coltivazione. Non da ultimo gli abitanti sono costretti - dal regime militare birmano - ad effettuare lavori forzati in qualità di portatori, nella raccolta del legno, nelle coltivazioni di bamboo ed altro.
In questo modo all'istruzione non può venir garantito il necessario sostegno economico. Questa la situazione dei centri scolastici, obiettivo del nostro progetto: l'apertura delle scuole risale agli anni 1964/1966 ma l'attività dei centri non è mai stata regolare sia perché gli abitanti non hanno potuto sostenerne i costi negli anni di crisi sia per le difficoltà incontrate nella ricerca di insegnanti disponibili in queste località disagiate e pericolose. La rilocazione forzata dei villaggi condotta dall'esercito birmano attraverso la distruzione degli insediamenti originari ha costretto più volte il Comitato per i Rifugiati Interni Karen (Karen Internally Displaced People Committee - KIDPC) a ripartire da zero con i programmi di istruzione primaria.  

Gli insegnanti che accettano di seguire le scuole locali sono pagati dagli abitanti ma durante i momenti di tensione nei distretti, il loro salario non può essere pagato; gli insegnanti, in queste situazioni, si vedono costretti ad abbandonare la loro opera dopo uno o due anni, per ricercare altri lavori che garantiscano loro una minima fonte di sopravvivenza. Diventa così sempre più difficile trovare insegnanti qualificati ed adeguati alle funzioni dell'istruzione.

I genitori di moltissimi bambini e giovani si trovano quindi frequentemente a fronteggiare urgenze primarie vitali. Si riscontra quindi un consistente affievolimento nell'interesse per l'istruzione ed i figli sono indirizzati quanto prima verso un possibile lavoro per il sostenimento della famiglia.
Alcuni di loro seguono i corsi tenuti nei centri di istruzione dei villaggi ma, considerate le ristrettezze economiche generali, perdono la possibilità di continuare il loro ciclo di studi superiori od universitari. Già una parte di loro - infatti - si vede costretta ad abbandonare gli studi addirittura prima della conclusione della scuola primaria.
Generalmente il ciclo di scuola primaria consiste in due anni di asilo e quattro di insegnamento elementare.

 

ASPETTI LOGISTICI

Tre scuole elementari sono attualmente in funzione in territorio di guerra grazie all’intervento di Popoli.

Mediamente, in ciascun centro di istruzione, sono presenti circa 80 studenti, la metà dei quali in età da asilo mentre i restanti coprono la fascia relativa ai quattro anni di istruzione primaria.
L'anno scolastico, per il grado di istruzione primaria, inizia nel mese di Aprile e termina a Febbraio.
Le materie studiate sono: il Karen, il birmano, l'inglese, la matematica e la storia Karen.

Le necessità per il sostenimento di una scuola pubblica/centro di istruzione, per i figli dei profughi interni Karen è la seguente:
§ n. 3 insegnanti che garantiscano la copertura dell'intero anno scolastico; il personale è idoneo all'insegnamento Ed è di etnia Karen;
§ sussidiari e libri di testo; è previsto anche l'acquisto di alcuni dizionari per favorire l'introduzione di altre lingue, oltre a quella Karen, quali il birmano, il Thailandese e l'inglese, materiale didattico vario;
§ set di penne a sfera e matite per gli alunni;
§ foto degli alunni per l'istituzione ed il mantenimento di un registro dell'attività della scuola.

 

IL PRESIDIO PERMANENTE

La naturale evoluzione del progetto sanitario studiato da POPOLI a favore dell'etnia Karen dovrebbe essere la realizzazione di un presidio medico permanente in un'area sicura, a ridosso dei distretti serviti dalle cliniche mobili. Il presidio permetterebbe una migliore assistenza ai profughi interni , attraverso l'opera di medici europei che la nostra organizzazione provvederebbe ad inviare con un avvicendamento periodico.
Pediatria, ginecologia, oculistica, chirurgia generale, odontoiatria saranno alcuni dei servizi che cercheremo di garantire per migliorare le condizioni di vita degli I.D.P. (Internally Displaced People, profughi interni secondo la terminologia delle Nazioni Unite).
Il presidio godrebbe della collaborazione da parte di personale locale formato dal D.H.W. (Department of Health and Welfare) e fungerà anche da centro di scambio per il trasferimento di tecniche e conoscenze sanitarie tra i medici espatriati e quelli Karen.

 

 

 

AFGHANISTAN:

PROGETTO HINDU KUSH

Nel gennaio e nell’agosto 2004 responsabili medici e logistici hanno effettuato dei sopralluoghi in Afghanistan, allo scopo di verificare le necessità di intervento in quel Paese.

La visita ha condotto la Comunità ad approvare un progetto di sostegno alla scuola per orfani di Kabul gestita da “International Orphan Care”, organizzazione non politica fondata da afghani residenti all’estero. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un presidio medico nella Valle del Panjshir, in una zona in cui la popolazione non ha accesso a cure sanitarie.

 

AFGHANISTAN: NOTE STORICHE

 

L’Afghanistan è intersezione geografica fra l’Altopiano iranico, il subcontinente indiano e l’Asia Centrale.

Punto di partenza, in età protostorica, della Via dei Lapislazzuli (III-II millennio a.C.) baricentro e svincolo della Via della Seta, cerniera e vettore fra culture diverse, fu regione chiave per l’evoluzione dell’intera umanità.

Nell’antica Battriana (VIII – VI sec. a.C.) maturò il pensiero di Zaratustra; da esso derivò molto dell’ecumenismo achemenide, a sua volta matrice di buona parte dell’evoluzione culturale dell’Altopiano iranico. Alessandro Magno ne fu erede e continuatore; fece proprio il cerimoniale della corte battriana, indossò gli abiti locali, si fuse con la popolazione sposando Rossana mentre si celebravano altri 200 matrimoni misti.

 

Alessandro introdusse nella regione forme politiche e modelli culturali greci, premessa dell’incredibile fioritura dell’arte del Gandahara (I-V sec. d.C.), espressione culturale del potente impero dei Kushana (gli Indosciti della storiografia grecoromana).

Le città afghane furono centri irradiatori di tecniche e invenzioni artistiche che raggiunsero la Cina dove, ad esempio, lo “stupa” afghano rimaneggiato divenne la “pagoda” a più piani.

In Afghanistan si rifondò alla base il Buddhismo. Gli artisti del Gandahara, pregni di cultura classica, assimilarono all’Apollo-Helios il significato cosmico-solare del Buddha. Generatori di tutte le immagini antropomorfiche del Buddha, i colossi di Bamyan rappresentavano un alto e raro momento di fusione delle culture euroasiatiche.

La progressiva conversione all’Islam (VIII-X sec. d.C.) introdusse anche in Afghanistan la lingua araba. Il contributo afghano alla cultura “araba” fu ampio e significativo: i suoi emiri furono mecenati di filosofi, astronomi, geografi, chimici, matematici, letterati in un clima di fervore culturale paragonabile solo alle corti di alcune città rinascimentali italiane.

Erano afghani Avicenna (Ebn-e Sina), il cui Canone costituisce una tra le più studiate opere nella storia della medicina, il matematico Algoritmus, che ideò i moduli di calcolo delle operazioni su base decimale e il metodo algebrico moderno, l’astronomo Albumasar sui cui testi si formò Ristoro d’Arezzo.

Nel 1221 sull’Afghanistan si abbatterono le orde di Gengis Khan, che qui subì l’unica sconfitta. La sua furia si scatenò più feroce che altrove; fu il massacro totale e l’annientamento delle città; la distruzione dei korez, condutture idriche sotterranee che dall’antichità strappavano le terre al deserto, fu irrimediabile. Vaste regioni tornarono desolate; oggi vi torreggiano, fantasmi di un antico, opulento, raffinato mondo, rovine colossali visitate solo dai nomadi.

Durante il khanato degli eredi di Tamerlano iniziò il processo di rinascita che introdusse al nuovo periodo di fervore culturale di cui l’”Accademia delle Belle Arti”(1370-1506) di Herat fu il principale pulsore; l’arte della maiolica raggiunse livelli straordinari di abilità compositiva e tecnica e inaugurò l’uso del rivestimento in mattoni smaltati diffuso dall’architettura islamica.

In India, l’afghano Babur, fondatore dell’impero Moghul (1526 – 1858) introdusse la cupola, l’arco, il minareto, la miniatura e la ceramica di Herat

Dopo la guerra di indipendenza contro i Safavidi, gli afghani indissero la Loi Gergà (grande assemblea. Erano tribù diverse per razza e lingua, ma tutte decise a scegliersi un Re comune. Parteciparono all’assemblea delegati pashtun, tagiki, uzbeki, hazarà e baluchi. Il santo sufì Saber Shah, presente all’assemblea, intrecciò una corona di spighe di grano con cui cinse la testa del giovane Ahmad Khan. Questi venne acclamato dalla Loi Gergà come Dur – i – Durran, Perla delle Perle, e la corona di grano entrò a far parte della araldica della monarchia afghana.

L’ingresso dell’Afghanistan nel gioco della politica mondiale avvenne nel 1839, anno della prima invasione britannica, conclusasi nel 1842 con il ritiro degli inglesi di fronte alla rivolta totale del Paese. Nel 1879 ci fu un nuovo tentativo: in due anni i britannici furono costretti ad abbandonare di nuovo l’Afghanistan. Nel terzo tentativo inglese, 1919, la guerra durò solo trenta giorni, al termine dei quali l’Afghanistan dichiarò la propria indipendenza. 

L’incontro con il modello europeo suscitò opposte reazioni: quella dei sovrani che tentarono di far fare ad una popolazione rimasta isolata, in qualche decennio, l’evoluzione che altri paesi avevano percorso in secoli, e quella delle tribù che resistettero alle innovazioni troppo modernizzanti, minaccia alla loro identità culturale e religiosa oltre che alla loro indipendenza.

Dal braccio di ferro tra queste due tendenze prese forma la realtà economica, politica e culturale dell’Afghanistan degli anni precedenti la tragica invasione sovietica del 1979.

Nell’aprile del 1978 un colpo di stato manovrato da Mosca portò al potere il “Partito Democratico Popolare Afghano”, partito comunista locale. Il regime, subito osteggiato dalla grande maggioranza della popolazione cercò di imporre misure antitradizionali, applicando al complesso tessuto sociale afghano il rigido modello marxista.

Di fronte all’instabilità del governo comunista Mosca decise di inviare truppe nel Paese a sostegno dell’opera di “sovietizzazione”.

Inizia così, nel dicembre 1979, una sanguinosissima guerra che oppone l’Armata Rossa e l’esercito regolare afghano ai gruppi della resistenza.

Le tecniche usate dai sovietici sono brutali: deportazione della popolazione, bombardamenti di villaggi, uso di bombe incendiarie e di ordigni chimici, massiccia distribuzione di mine antiuomo sui campi e i sentieri, fucilazione di civili, torture e mutilazioni di oppositori.

La guerra provoca più di un milione e mezzo di vittime tra gli afghani, mezzo milione di invalidi, sei milioni di profughi, in un paese che contava circa quindici milioni di abitanti.

Come in tutti i precedenti della storia dell’Afghanistan, la fiera resistenza di questo Popolo alla fine ha la meglio: nel 1989 l’Armata Rossa deve ritirarsi, registrando la sua più pesante sconfitta militare.

Nel 1992 anche il regime comunista cade, e in Afghanistan si apre un periodo di caos, anarchia e nuove violenze. I gruppi della resistenza islamica più integralisti, appoggiati da Stati Uniti e Pakistan, cercano di appropriarsi del potere, contrastati in questo dal governo dei mujaheddin sorto dopo la fine del regime. In questo clima di guerra civile nasce il movimento dei Taliban, o studenti del Corano, una formazione che gode della benedizione del Pakistan, interessato ad esercitare la propria influenza sul paese confinante.

Ben presto i Taliban conquistano buona parte dell’Afghanistan, imponendo nelle zone sotto il loro controllo particolari interpretazioni della legge coranica, riferibili a correnti estreme di ispirazione Wahabita, totalmente estranee alla tradizione afghana. Il Paese è distrutto dalla lunga guerra, intere città sono state rase al suolo, il numero dei profughi è in aumento, l’economia inesistente. Solo la produzione dell’oppio continua a pieno ritmo, alimentando i traffici con il Pakistan.

Gli Stati Uniti iniziano un dialogo privilegiato con i nuovi padroni del Paese: ingenti interessi economici (la costruzione di un oleodotto e lo sfruttamento delle risorse energetiche) e strategici (controllo delle aree a ridosso della Russia) fanno si che Washington sostenga di fatto il regime del Mullah Omar (guida dei Taliban) a discapito di quello che è ufficialmente il legittimo governo dell’Afghanistan, che resiste in alcune roccaforti del nord sotto la guida del carismatico Ahmad Shah Massoud.

Quando l’amministrazione U.S.A. riceve il rifiuto di Kabul alla richiesta di consegna del misterioso Osama Bin Laden, indicato da Washington come il responsabile dell’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001,vengono varati i piani (probabilmente già pronti da tempo) per il rovesciamento del regime dei Taliban.

Dopo l’attacco statunitense e l’offensiva della cosiddetta “Alleanza del Nord”, con la fuga dei Taliban da Kabul, viene insediato, con il sostegno della comunità internazionale, un nuovo governo di transizione, guidato da Hamid Karzai . Nel gennaio 2004 la Loi Gergà, si riunisce a Kabul per il varo della nuova Costituzione, oggi entrata in vigore.

 

(a cura della Comunità Solidarista Popoli)

 

 

LA SITUAZIONE SANITARIA

 

Nonostante i progressi conseguiti in Afghanistan negli ultimi anni, le condizioni di vita di donne e bambini restano ad alto rischio,soprattutto a causa per «una insicurezza diffusa e della grave siccità che colpisce 17 delle 32 province del Paese».

 È il quadro che emerge da un’ indagine multicampione sostenuta a livello nazionale dall’ Unicef e che è la prima nel paese da 8 anni a questa parte.
«Malgrado una sensibile riduzione della mortalità infantile - il tasso di mortalità sotto il 1ø anno di vita è sceso da165 a 115 bambini morti ogni 1.000 nati vivi, quello sotto i 5 anni da 257 a 172 decessi - ancora oggi, in Afghanistan - si legge in una nota di Unicef - un bambino su 9 rischia di morire entro il primo anno di vita, uno su 6 di non raggiungere il quinto anno d’età. Le cause di fondo risiedono nelle precarie condizioni di sicurezza che ostacolano gli interventi umanitari e nello stato in cui si trovano i servizi pubblici dopo decenni di guerre e devastazioni, mentre il sesto anno consecutivo di scarse precipitazioni ha aggravato la cronica penuria di risorse idriche del paese, determinando la migrazione forzata di oltre 4.000 persone, ridotte alla condizione di sfollati».
Questa situazione si ripercuote pesantemente sulla condizione di donne e bambini. L’Afghanistan, ricorda l’agenzia dell’ Onu per l’ Infanzia, «rimane il primo Paese al mondo per mortalità materna, con 1.900 donne morte ogni 100.000 parti, il 90% dei quali avviene tra le mura domestiche, non assistito da personale medico preparato; il 30% dei bambini sotto i 5 anni è affetto da diarrea acuta ed 1 bambino su 5 da infezioni delle vie respiratorie; il 60% delle famiglie afghane non dispone di fonti d’acqua sicura, mentre un terzo non ha accesso a servizi igienico-sanitari».
Nel campo dell’istruzione, nonostante il forte aumento delle iscrizioni scolastiche (dal 2002 il numero degli
scolari si è quadruplicato, con oltre 4 milioni di bambini che frequentano la scuola, un terzo dei quali femmine) il 45% dei bambini non è iscritto alla scuola primaria; il 7% è costretto a lavorare, il 60% delle bambine non ha accesso a scuola.
«I dati a disposizione indicano che, mentre si sono ottenuti importanti progressi per l’infanzia (in particolare la riduzione della mortalità neo natale e sotto i 5 anni, o il massiccio aumento delle iscrizioni scolastiche) molta strada resta ancora da fare», ha dichiarato il rappresentante dell’ Unicef in Afghanistan, Waheed Hassan. «In particolare - ha aggiunto - è necessario estendere i servizi di salute materna, per evitare che vi siano donne ancora costrette a partorire in casa senza assistenza medica, ed assicurare l’accesso di tutte le famiglie ai servizi di vaccinazione, per sviluppare quei sistemi e quelle risorse in grado di garantire la protezione dei diritti dei settori più deboli in tutte le province dell’Afghanistan».

 

 

LA CLINICA DI CHANGARAM

 

Il nostro nuovo progetto si sta sviluppando nel villaggio di Changaram. Abbiamo individuato nella Valle del Panjshir, roccaforte per molti anni del leggendario Massoud, il comandante dei mujaheddin che combattè prima l’Armata Rossa e poi i Talebani, un vecchio ospedale che necessita di un energico intervento di ristrutturazione.

L’ospedale, più volte bruciato dai sovietici e poi bombardato dai Talebani, funziona al minimo delle potenzialità, in una zona in cui 30.000 persone hanno bisogno di una efficiente struttura sanitaria.

Cercheremo quindi di raccogliere i fondi sufficienti al completamento dei lavori (circa 76.000 euro) per poter in un secondo tempo inviare nel Panjshir i nostri medici in aiuto al personale locale.

Dedicheremo l’opera alla memoria di Massoud, che abbiamo avuto l’onore di conoscere personalmente, un uomo straordinario, morto per la libertà del suo popolo, che descriveremo con le parole di uno scrittore che recentemente gli ha dedicato una biografia: “Credo che Massoud appartenesse a quella specie politica molto rara che viene definita, con termine platonico, dei re filosofi, cioè di quei condottieri capaci di assumersi le responsabilità del comando e al tempo stesso di meditarne le finalità, non guidati da ambizione o vanità personale, ma da spirito di sacrificio e compassione. In breve ciò che i nostri gesuiti anticamente amavano definire, con un paradosso filosofico, la contemplazione attraverso l’azione.”

 

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